BENVENUTI!

DOTT.SSA CECILIA PECCHIOLI CATELANI

PSICOLOGA


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ISCRITTA ALL'ORDINE DEGLI PSICOLOGI DELLA LOMBARDIA,

N° 13925

 

Email: dott.ceciliapecchioli@gmail.com

 

cell: 3406707321

 

contatto skype: cilla1503

 

La dott.ssa Pecchioli Catelani riceve su appuntamento

presso lo studio di Corso Vercelli 5, Milano

 


Friday 9 december 2011 5 09 /12 /Dic /2011 17:12

Riaccendo una polemica innescata poche settimane fa, quando Amanda e Raffaele hanno ottenuto la piena assoluzione nel famoso delitto di Perugia.

 

Più che una polemica, credo e spero che le mie parole suscitino, in voi lettori, una riflessione.

 

Oramai non esiste delitto che non diventi mediatico. A cominciare dal piccolo Samuele, ucciso (come pare) dalla madre Annamaria Franzoni. Addirittura il Delitto di Cogne è divenuto una voce di Wikipedia. Quello è stato il primo, eclatante omicidio che ha spalancato le porte della "notorietà". Da allora, nessun delitto è passato inosservato. Siamo arrivati al delitto di Garlasco, poi quello di Perugia, per finire ad Avetrana. E non solo. Questi sono solo alcuni dei tanti omicidi che hanno riempito i giornali e le televisioni. Viene commesso un delitto, si accendono i riflettori, e viene puntato il dito.

 

Non voglio soffermarmi sugli effetti deleteri che i media provocano sia sulle persone che seguono le vicende, che sull'operato delle forze dell'ordine. Voglio concentrare l'attenzione sulla giustizia italiana, ancora una volta. La pressione mediatica esercitata è talmente potente da far compromettere il corretto svolgimento delle indagini? Le forze dell'ordine sono maggiormente interessate a soddisfare le attese del "pubblico" piuttosto che trovare i veri colpevoli?

 

Sono domande lecite, se osserviamo la realtà dei fatti.

 

Guardiamo al delitto di Garlasco, per esempio. Chiara Poggi trovata morta, si ipotizza ad un probabile coinvolgimento del fidanzato, Alberto Stasi, e subito diventa lui il colpevole. Ogni azione delle forze dell'ordine è volta a confermare la sua colpevolezza. Stasi scarica film porno? E' un pervertito! Sono state trovate impronte di Stasi? Per forza, l'ha uccisa lui!

 

Peccato che, recentemente, la Corte di Appello ha confermato la sua innocenza. Quindi? Sono passati anni, e Chiara, ad oggi, rimane senza giustizia. Il suo carnefice è ancora sconosciuto. E così rimarrà.

 

Ma non c'è da stupirsi, perchè è una "moda" del nostro sistema giudiziario. Prendiamo il delitto di Via Poma. Dopo 15 anni spunta per puro caso una goccia di sangue, sicuramente il dna del killer. E il fascicolo si riapre. Come può acquistare credibilità il nostro sistema giudiziario dopo cose di questo tipo? Come si può credere che dopo 15 anni spunti una nuova prova, in una scena del crimine che, teoricamente, è stata già analizzata a suo tempo? Significa, forse, che le forze dell'ordine lavorano male? E' altamente probabile, visti i risultati.

 

Basti pensare al caso di Avetrana. Prima è stato lo zio, adesso sono in carcere Sabrina e la madre, mentre Michele Misseri continua a gridare follemente la sua colpevolezza.

 

Come fidarsi della giustizia italiana? C'è solo da sperare che accadano "miracoli" , come nel triplice omicidio avvenuto recentemente in Sardegna. Se l'assassino non si fosse costituito, i tre cadaveri sarebbero entrati nella lunga lista di vittime senza colpevole.

 

Quando, invece, il killer rimane impunito, rimane un unico, ironico interrogativo: forse Sarah, Meredith, Chiara, e via dicendo, si sono suicidate?

 

 

 

 

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Wednesday 7 december 2011 3 07 /12 /Dic /2011 12:58

Erika aveva 17 anni quando ha varcato la soglia del carcere. Era il 14 dicembre 2001 quando il Tribunale per i Minori di Torino condannò con rito abbreviato Erika e il suo complice, l’allora fidanzato Omar. Condannata per il peggiore dei delitti: aver strappato la vita a sua madre Susy e al fratellino Gianluca, di appena 11 anni, pugnalandoli con ben 97 coltellate. La sentenza venne confermata sia in Corte d’Appello che in Cassazione.

Omar fu condannato a 14 anni, ma è stato scarcerato nel marzo 2010. Erika, invece, è stata condannata a 16 anni ma, grazie ai “bonus” per buona condotta, ogni anno le sono stati scontati 90 giorni di carcere.  Da qualche mese è stata trasferita in una comunità di recupero, ove rimarrà fino a Natale, quando sarà una donna libera.

Oggi Erika ha 27 anni, sembra una ragazza come tante, con i suoi sogni e le sue speranze. Oggi Erika è una donna, diversa da quella diciassettenne che, a sangue freddo, ha ammazzato brutalmente sua madre e suo fratello; grazie alle sedute di psicoterapia a cui è stata sottoposta durante la detenzione, ma grazie anche agli interessi che ha coltivato in questi anni. Ama la poesia, la musica, e si diletta a scrivere favole per la figlia di un’amica carcerata. Si è laureata in filosofia e lavora in una cooperativa.

Secondo alcune testimonianze riportate dai quotidiani, Erika è giunta ad una reinterpretazione di quella sera, che, forse, le permette di alleviare un senso di colpa altrimenti insostenibile. Afferma che è stato Omar a fare tutto, e che lei, sotto effetto di cocaina, non sia stata in grado di impedirlo. E che, ad oggi, il solo pensiero è, per lei, una pugnalata al cuore.

Riporto una sua dichiarazione: “Mia mamma mi manca da morire. Vorrei tanto che fosse qui con me. Io sono spaventata. Ho perso mia mamma e mio fratello, ancora non riesco ad accettare che non ci siano più”. Quasi come se fosse lei la vittima, quasi come se non fosse stata lei ad averli uccisi. Rimozione? Verità? Follia?

Erika ha sognato spesso sua madre in carcere. Incubi che non la facevano dormire e che la tormentavano per giorni. E soffre di intensi attacchi di ansia, di cui non ha mai parlato al padre, per non farlo preoccupare.

Un padre che, nonostante tutto, è sempre stato presente. Non l’ha mai lasciata sola. Un padre sempre pronto ad aiutarla e sempre puntuale alle visite settimanali, che festeggiava il compleanno con lei e le ha sempre voluto bene.

Erika dichiara di essere emozionata all’idea di tornare libera, e sogna il suo futuro. Un futuro in cui vorrebbe prendere la patente, comprarsi una casa, e fare una famiglia. Prova ansia per il domani, perché non sa cosa l’aspetta, ma, soprattutto, dichiara di essere terrorizzata all’idea di andare dalla madre, affermando che solo da lì, dal punto in cui si è fermata 10 anni fa, potrà ripartire.

E’ difficile accettare tutto questo. Il pensiero comune della nostra società non ha mai ritenuto giusto che Erika godesse di permessi, che ottenesse bonus e sconti di pena per la buona condotta, e non ritiene giusto, in nome della memoria della madre e del piccolo Gianluca, che lei, a breve, sarà una donna libera. Chi toglie la vita non ha diritto alla vita. Questo è il pensiero comune. Per la gente, avrebbero dovuto chiuderla in carcere e buttare via la chiave.

Il pensiero è assolutamente giustificato: come è possibile accettare che quella matricida torni a sorridere, a scherzare, a vivere?

Eppure, il padre ci è riuscito. Lui, a cui Erika ha tolto la moglie ed il figlio, avrebbe avuto tutto il diritto di lasciarla al suo destino, e di non volerla più nella sua vita. Ma non l’ha fatto. Le è stato accanto, sempre. E le ha sempre voluto bene. E’ riuscito ad andare oltre, a perdonare. Perdonare una figlia che, in un momento di follia, ha commesso questo terribile delitto.

Ed è quello che dovrebbe fare anche la nostra società: imparare a perdonare. E’ vero che, di fronte ad una figlia capace di uccidere la propria madre, la parola “perdono” suona alquanto stonata. Ma Erika è stata punita per questo. Ha pagato. Ed è stata curata.

Alla fine, e questo è bene non dimenticarlo, la società potrà anche non ritenere giusto che Erika torni libera, potrà non ritenere giusto che il nostro sistema giudiziario non sia così severo come vorrebbe, che permetta cure, studio, e quant’altro. Ma questa società andrà a dormire e farà sonni sereni; Erika, nonostante riacquisirà la sua libertà, non sarà mai libera dal pensiero di aver ucciso sua madre e suo fratello. Forse è questa la punizione peggiore, il convivere con due fantasmi che la perseguiteranno a vita.

 

 

troverete il mio articolo anche su www.psicologo-milano.it

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Wednesday 2 november 2011 3 02 /11 /Nov /2011 19:33

LA NUOVA MODA: SITI PER INCONTRI EXTRACONIUGALI SEMPRE PIU' FREQUENTATI

 

http://psicologamilano.forumfree.it/?t=58623088

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Wednesday 2 november 2011 3 02 /11 /Nov /2011 11:36

Vi propongo una interessante intervista alla Dott.ssa Volpi, psicoterapeuta, che, ispirandosi allo splendido film "Una Separazione", spiega i danni dell'incomunicabilità in famiglia.

 

"Una Separazione" non è un film muto o dai silenzi rarefatti alla Antonioni. Al contrario, nello straordinario lavoro dell’iraniano Asghar Farhadi (Orso d’oro a Berlino), in arrivo oggi nei cinema, i dialoghi sono molto serrati, ma come spesso accade anche nella vita, moglie e marito non usano le parole per comunicare la verità. Né Nader e Simin che si stanno separando, né Hodjat e Razieh che aspettano il secondo figlio, sono capaci di dirsi come stanno veramente le cose. Il loro rapporto di coppia è improntato sull’incapacità di informarsi reciprocamente su fatti e sentimenti che li riguardano, barricandosi dietro bugie, reticenze e parole interrotte. E nella falla della loro comunicazione si infila sempre qualcosa che intralcia lo scambio diretto, qualcosa che camuffa o deforma la realtà, che sia una porta di vetro smerigliato, un chador o uno specchio.

«La mancanza di dialogo in una coppia non significa stare zitti» puntualizza Erica Volpi, psicoterapeuta. «Si può anche parlare tutto il giorno, ma il problema nasce nel momento in cui non ci si comunicano i bisogni e i desideri più profondi». Un esempio? Nel film Razieh va a lavorare di nascosto dal marito; la questione riguarda solo apparentemente la condizione femminile in Iran, perché anche "nell’emancipato” Occidente, l’istanza del lavoro per le donne è ancora troppo spesso un problema all’interno della coppia.

 

«Ovviamente nessun uomo ci dice di non lavorare» continua Volpi, «ma ancora oggi viene contemplata l’idea che oltre alla professione che si esercita fuori casa, il carico di tutta la gestione domestica sia a carico della donna, che quindi è costretta a rinunciare a qualcosa per riuscire ad assolvere a tutti i suoi compiti. Su questo tutt'ora vige un tacito assenso: difficilmente se ne parla all'interno della coppia». Con la psicoterapeuta siamo andati ad approfondire proprio il tema della mancanza di dialogo tra partner, le sue ripercussioni sul rapporto e sui figli. E finiamo con lo scoprire che ognuno di noi ha il suo modo di raccontare il mondo, l’importante è non irrigidirsi nel proprio schema, nella propria “punteggiatura” della realtà, perché descriverla in maniera diversa la rende diversa.

Il problema di non comunicare le proprie esigenze (come accade nel film) riguarda spesso le donne. Perché?
«Perché nel momento che diciamo all’altro cosa vogliamo significa che ci abbiamo pensato, mentre noi donne spesso siamo intrappolate in un percorso di vita che è diventato ormai un cliché:  fidanzamento, matrimonio, un figlio, un secondo figlio... Dopodiché, una volta che i figli hanno raggiunto una certa autonomia si va in crisi perché si scopre di non essersi chieste fino a quel momento cosa si vuole veramente. La crisi arriva quando, completato il progetto, ci si accorge che non era un desiderio comune e che con il partner si è viaggiato su due binari paralleli». 

Quali sono le questioni che generalmente non si dicono e che causano più spesso problemi?
«I figli innanzitutto, se averli o no, ma soprattutto quanti. Spesso capita che uno dei due coniugi per “aver figli” intenda farne uno, mentre l’altro ha in mente un numero plurale. E qui si apre il conflitto».

Esiste una non comunicazione a fin di bene? Per non ferire l’altro o per salvaguardare la coppia?
«Sì, non ci si dicono le cose per evitare la conflittualità, ma la crisi è un bisogno fondamentale della coppia: se non va in crisi non si rigenera. Quindi ben vengano i conflitti».

Come si recuperano i danni prodotti dalla mancanza di comunicazione?
«Non bisogna mai aspettarsi che sia l’altro a fare il primo passo. Dobbiamo partire da noi stessi, provare a fare dei piccoli cambiamenti. In fondo è sempre valido il principio del sasso nello stagno: basta un piccolo spostamento perché tutto si muova di conseguenza. Ovviamente poi, dipende dal livello della crisi, ma alla terapia di coppia ci si rivolge quasi sempre quando è troppo tardi, mentre ci sono dei campanelli d'allarme che non vanno trascurati».

Quali sono questi segnali?
«L’insoddisfazione che abbiamo, ma che trascuriamo perché fa parte della nostra cultura pensare di non poter avere tutto quello che vogliamo. Una cultura del sacrificio, invece che del benessere, del perseguire ciò che ci fa star bene; e poi c’è la mancanza di condivisione: ovviamente non si può fare tutto insieme, dallo stadio al teatro, interessi diversi sono normali in un rapporto di coppia, ma almeno qualcosa in comune ci deve essere».

Cosa non si dicono le coppie che hanno figli?
«Non si parla della linea educativa dei figli o le aspettative sulla genitorialità. Ognuno di noi porta come bagaglio l’esperienza con la famiglia di origine. I due modelli, quello della mamma e quello del papà, si devono integrare e invece spesso prevale uno dei due. Quante volte sentiamo la frase “A casa mia si faceva così”. Ma non essersi detti quello che si aveva come progetto educativo ha un costo».

Quali sono le conseguenze dell’assenza di dialogo sulla coppia?
«La più comune è il tradimento: se non dico di cosa ho bisogno l’altro non me lo può dare e quindi lo vado a cercare all’esterno. La maggior parte degli uomini tradisce per questo motivo».

Quali sono invece le conseguenze dell’assenza di dialogo sui figli?
«I danni sono enormi perché con la triangolazione – uomo e donna non si parlano direttamente ma passano attraverso i figli proprio come accade nel film– i figli diventano un surrogato del partner e si genera la SAP (sindrome di alienazione parentale) per cui i saltano i confini strutturali del sistema familiare».

Un esempio?
«Le mamme che dopo la separazione dormono con il figlio nel lettone. Così viene intaccata  la figura del genitore. Ma attenzione che si può essere un ottimo genitore e un pessimo coniuge».

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Wednesday 2 november 2011 3 02 /11 /Nov /2011 11:31

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 21651/11; depositata il 19 ottobre)

Scopo dell’adozione, anche nei casi particolari di cui all’art. 44 L. 4 maggio 1993 n. 184, è quello di consentire l’inserimento del minore in un contesto idoneo al suo armonico sviluppo e la realizzazione del suo preminente interesse a ricevere assistenza morale e materiale, nonchè stabilità affettiva in sostituzione di quella negatagli dalla famiglia di origine.
La fattispecie. Con ricorso depositato presso il Tribunale per i Minorenni, il marito presentava istanza di adozione, da parte sua, della minore figlia della legittima consorte e di padre ignoto.
La moglie manifestava parere favorevole e il Tribunale adito esprimeva assenso all’adozione.
Successivamente la consorte presentava appello avverso la pronuncia del Tribunale dei minori chiedendo la revoca dell’adozione, essendo venuta meno la comunione spirituale tra i coniugi, separatisi di fatto dopo la pronuncia impugnata.
La Corte d’Appello accoglieva il ricorso e rigettava l’istanza di adozione.
In Cassazione il marito denunciava la sussistenza di un conflitto di interessi tra la madre e la minore, essendo la conferma dell’adozione il preminente interesse della fanciulla e mancando, a tal proposito, la nomina di un curatore speciale ad hoc. Il consorte lamentava inoltre la violazione e falsa applicazione dell’art. 45 L.n. 184/83 e della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo che sottolineano la necessità di tenere conto delle aspirazioni del bambino tramite l’audizione dello stesso e in ogni caso di sentire il suo legale rappresentante o, nelle ipotesi di conflitto, un curatore ad hoc nominato.
La S. C. rigettava il ricorso ritenendolo infondato; specificava in particolare che le norme denunciate regolano un conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato e, nel caso di specie, il ricorrente avrebbe dovuto, non solo proporre istanza al Giudice competente, ma anche fornire indicazioni specifiche relative al presunto conflitto il quale, se esistente, doveva corrispondere al vantaggio di un soggetto in danno dell’altro.
Infine, la Corte di legittimità sottolineava che non vi era alcuna violazione e/o falsa interpretazione della Convenzione di New York sui diritti del bambino e delle ulteriori norme richiamate dal ricorrente in tema di ascolto del fanciullo, essendo ormai consolidata nella giurisprudenza della Corte l’obbligatorietà ascolto del minore, pena l’invalidità del provvedimento assunto.
Nel caso di specie, inoltre, essendo comunque libera la modalità di ascolto della minore, si sottolineava che la bambina era stata sentita più volte dal CTU, il quale, in conformità al precetto legislativo, ne aveva evidenziato le aspirazioni, i ricordi e le sofferenza e fu, peraltro, proprio il risultato di tale audizione che determinò l’accoglimento della domanda di appello e, conseguentemente, il rigetto dell’istanza di adozione.
Scopo dell’adozione è il «preminente interesse del minore». La Corte ha ben precisato che l’adozione, anche quella in casi particolari, di cui all’art. 44 L. n. 184 del 1993, ha lo scopo di inserire il minore in un contesto idoneo al suo armonico sviluppo e crescita, nonchè, in altre parole, di consentire la «realizzazione del preminente interesse del minore» che, come anticipato, è quello di permettere al bambino l’inserimento in un contesto familiare il quale, accogliendolo al suo interno, contribuisca ad un sereno ed equilibrato sviluppo della sua personalità.
Ne consegue che, non è sufficiente che il coniuge del genitore presenti la domanda di adozione, ma, a tutela del’interesse del fanciullo, è necessario che tra il richiedente e il minore sussista realmente un valido rapporto affettivo.
Dopo la separazione dei coniugi può essere revocata l’adozione del minore. Di regola, quindi, l’adozione del figlio del coniuge, presupponendo una convivenza comune, armonia e affetto tra i coniugi, sarebbe esclusa in tutti quei casi in cui la comunione di vita tra i consorti sia venuta meno. Tuttavia, proprio in ragione del «preminente interesse del minore», è necessario valutare in concreto ove si sia instaurata una positiva relazione tra l’adottando e il richiedente, poichè la cessazione della convivenza matrimoniale tra i coniugi non deve pregiudicare l’interesse del fanciullo all’adozione.
Nel caso di specie, tuttavia, la Corte di legittimità sottolineava come, nella valutazione compiuta dal giudice a quo, lo stesso aveva in realtà ravvisato, tramite l’ascolto della minore a mezzo CTU, un contesto familiare ormai deteriorato e aveva colto nell’atteggiamento del marito, divenuto ostile in seguito alla separazione, un elemento estremamente nocivo per la crescita della minore che ne impediva l’accoglimento della domanda di adozione.

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